Notizie varie

 CIBO E’ SALUTE

Grazie alla collaborazione tra Andos, associazione donne operate al seno, e l’I.I.S. Panzini, con il patrocinio del Comune di Senigallia anche quest’anno è in programma “Cibo è salute – Corso di prevenzione alimentare ed uso corretto di cibi e cotture”.

Il progetto, giunto alla su ottava edizione è realizzato anche grazie alla presenza dello chef Giovanni Allegro, consulente di cucina della Fondazione I.R.C.C.S. Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Ogni anno è stato approfondito un tema diverso partendo sempre dal presupposto che una alimentazione sana promuove il benessere, migliora la qualità della vita e può persino allungarla; il cibo può svolgere un ruolo essenziale nella prevenzione e nella cura di diverse malattie.

Quest’anno il tema è: Dieta e microbiota intestinale. Un progetto che era stato preventivato per la fine dell’ottobre scorso, ma purtroppo il terremoto ha avuto il sopravvento e tutto è stato rimandato.

“Dal 13 al 15 marzo vivremo alcune giornate di formazione e informazione, sia per i ragazzi della scuola, ma anche per le persone del territorio” ha ricordato il vicepreside Goffredo Giovannelli.
Lunedì 13 ci sarà la mattinata dedicata agli alunni delle classi di cucina ed ai docenti di cucina e di scienza degli alimenti; martedì 14 il pomeriggio, l’incontro con lo chef Giovanni Allegro è aperto al territorio. Verrà tenuto presso il laboratorio di panificazione del Panzini, il mattino dalle ore 9,00 alle ore 13,00; il pomeriggio dalle ore 15,00 alle ore 19,00. Il 15 marzo, a conclusione del corso, presso la Sala Rocca dello stesso Istituto Panzini, si terrà la “Cena didattica – a tavola per la salute” e lo chef Giovanni Allegro illustrerà la peculiarità di ogni piatto portato in tavola. Una serata che presenterà tutti gli ingredienti per essere ricordata con piacere: un ottimo menù sano e corretto e che si incrocia con un altro menù, quello proposto dal duo Operapop, Francesca Carli soprano ed Enrico Giovagnoli tenore; un duo che sa fondere il linguaggio della musica pop con l'esperienza del teatro lirico. Grande mix di vocalità e presenza scenica.

“Grazie alla sinergia tra l’istituto Panzini e l’ANDOS, si porta avanti un importante appuntamento per la prevenzione - ha affermato la presidente Andos Maria Antonietta Muzi – una sana alimentazione però contribuisce anche a combattere alcune fasi tumorali”.

Un plauso all’iniziativa che ormai è un appuntamento fisso anche dal sindaco di Senigallia Maurizio Mangialardi: “Il cibo è il primo farmaco, mangiare bene è necessario per tutelare la nostra salute, grazie ad Andos e all’Istituto Panzini, una delle eccellenze del nostro territorio per questa iniziativa che contribuisce a sensibilizzare verso queste tematiche.”

 

 

FARMACI

AstraZeneca preannuncia risultati positivi dal trial di Fase III OLYMPIAD per le donne con tumore al seno metastatico con mutazione BRCA: è il primo studio positivo di Fase III per un PARP inibitore, olaparib, al di fuori del tumore ovarico, patologia per la quale il farmaco è disponibile in Italia dal 2016.

Si stima che ogni anno, in Italia, circa 50 mila donne ricevano una diagnosi di tumore al seno e di queste circa un 20-30% presenta metastasi alla diagnosi o le svilupperà negli anni successivi. Le mutazioni BRCA1 e BRCA2 rappresentano il 20-25% dei tumori al seno ereditari e dal 5 al 10% circa di tutti i tumori al seno. A oggi l’obiettivo del trattamento è aumentare il più possibile la sopravvivenza libera da progressione mantenendo una buona qualità di vita e le opzioni terapeutiche attualmente disponibili sono ancora limitate.

Lo studio ha messo a confronto il trattamento con olaparib (compresse due volte al giorno) rispetto a chemioterapia (attuale standard di trattamento), dimostrando un miglioramento statisticamente e clinicamente significativo in termini di sopravvivenza libera da progressione e sarà presentato nei dettagli in uno dei prossimi congressi internazionali.

«Il dato di OLYMPIAD è la conferma che conoscere alla diagnosi lo stato mutazionale BRCA per le pazienti è un elemento chiave per accedere a terapie personalizzate più efficaci e con meno eventi avversi» osserva Annamaria Mancuso, presidente di Salute Donna. «Continueremo a impegnarci affinchè tutte le Regioni offrano in modo omogeneo il test alle pazienti – aggiunge - seguendo l’appropriatezza indicata dalle società scientifiche».

«Come italiani, siamo orgogliosi che la ricerca del nostro Paese abbia contribuito a un risultato così importante – commenta Pablo Panella, presidente e Ad di AstraZeneca Italia essendo stata l’Italia il Paese europeo con la maggiore partecipazione nello studio OLYMPIAD».

 

LO STUDIO

Una combinazione di “farmaci intelligenti” migliora la sopravvivenza delle donne con tumore al seno. I medicinali in questione sono pertuzumab e trastuzumab che, in associazione alla chemioterapia, hanno ottenuto una riduzione statisticamente significativa del rischio di ricomparsa della malattia invasiva o di decesso nelle donne con carcinoma mammario in stadio iniziale del tipo (eBC) HER2 positivo dopo l’intervento chirurgico. È quanto mostrano i risultati dello studio di fase III “Aphinity” che ha confrontato la target therapy combinata con la terapia a base di trastuzumab più chemioterapia.

L'associazione di pertuzumab, trastuzumab e chemioterapia è già approvata come trattamento precedente dell'intervento chirurgico per le donne affette da eBC HER2 positivo in oltre 75 Paesi in tutto il mondo. Il nuovo studio mostra l’efficacia della terapia somministrata dopo l'intervento chirurgico con l’obiettivo di eliminare eventuali cellule tumorali residue per ridurre il rischio di ricomparsa del tumore.

Ad annunciare i primi risultati positivi è stata l’azienda Roche, insieme al Breast International Group (Big), al Breast European Adjuvant Study Team (BrEAST) e alla fondazione Frontier Science (FS). I dati dello studio saranno presto sottoposti alle autorità regolatorie, comprese la Food and Drug Administration (Fda) degli Stati Uniti e l'Agenzia europea dei medicinali (Ema).

 

BIOTECNOLOGIE

Scoprire un tumore e individuarne anche la posizione. Il tutto grazie ad un semplice esame del sangue. A riuscirci sono stati i ricercatori della University of California-San Diego e, nonostante si debba ancora testare l’efficacia sull’uomo, potrebbe di certo rivoluzionare lo scenario di diagnosi e cura dei tumori.

Con i risultati raggiunti dal team di ricerca guidato da Zhang Kun, pubblicati su Nature Genetics la possibilità di utilizzare un test del sangue per la diagnosi precoce dei tumori si fa più vicina. Quando una neoplasia si sviluppa, inizia a “competere” con le cellule normali e, per questo, diffondendosi, le uccide. Nel momento in cui le cellule muoiono, rilasciano il loro DNA specifico nel sangue, e i ricercatori hanno utilizzato questo DNA per identificare il tessuto interessato dal cancro.

Una scoperta casuale
“Abbiamo fatto questa scoperta per caso – ha detto Kun – Stavamo portando avanti l’approccio convenzionale ed eravamo solo in cerca di segnali provenienti da cellule tumorali. Ma in questo modo abbiamo individuato anche segnali provenienti da altre cellule. Ci siamo così resi conto che se integriamo entrambi i segnali possiamo determinare la presenza di un tumore e il posto in cui sta crescendo”.

Per verificare l’ipotesi, il team ha messo insieme una banca dati dei modelli di metilazione, o modificazione epigenetica di una parte del DNA, di 10 diversi tessuti normali: fegato, intestino, colon, polmone, cervello, rene, pancreas, milza, stomaco e sangue. Hanno inoltre analizzato campioni tumorali e di sangue di pazienti oncologici per comporre uno schema di marker genetici per ogni tumore. Il nuovo test potrebbe eliminare in futuro le diagnosi basate sulla biopsia tradizionale, o asportazione chirurgica del tessuto. Tuttavia, conclude Kun, prima di “traslare la ricerca in ambito clinico dobbiamo perfezionare il metodo”.

 

MEDICINA
(Reuters Health) – I malati di cancro possono alleviare la fatica in modo più efficace con l’esercizio fisico e la psicoterapia che con i farmaci. A suggerirlo un recente studio pubblicato da JAMA Oncology.

Un affaticamento che non si risolve con il semplice riposo
Il senso di affaticamento correlato al cancro è comune e può essere legato sia agli effetti diretti del tumore che ai trattamenti. Inoltre, a differenza di altri tipi di spossatezza che si risolvono solo dormendo di più o che danno dolori muscolari, interrompere un’attività faticosa non serve a superare questo stato di forte stanchezza. La fatica legata al cancro può persistere per anni e può essere aggravata da altri problemi di salute correlati al cancro, come la depressione, l’ansia, disturbi del sonno e dolore.

Lo studio
Alcuni ricercatori statunitensi hanno esaminato i dati di 113 studi pubblicati in precedenza che coinvolgono più di 11.500 pazienti affetti da cancro che sono stati assegnati in modo casuale a trattare la spossatezza con l’esercizio fisico o la psicoterapia, o con entrambi, o solo con i farmaci. Si è così evidenziato che l’esercizio fisico e la psicoterapia erano associati con una riduzione dal 26% al 30% nella spossatezza, durante e dopo il trattamento del cancro. I farmaci, però, erano legati solo ad una diminuzione del 9% della fatica. “I pazienti hanno bisogno di provare l’esercizio o la psicoterapia prima di arrivare ad assumere un farmaco”, ha detto l’autrice dello studio Karen Mustian del University of Rochester Medical Center di Rochester di New York. Va detto che la maggior parte dei partecipanti agli studi presi in considerazione nell’analisi, erano donne, e quasi la metà degli studi hanno coinvolto donne con cancro al seno. Inoltre, l’età, il sesso, e il tipo di cancro e le forme di esercizio non sembravano influenzare il modo effettivo con cui hanno agito l’esercizio o la psicoterapia. Complessivamente l’analisi ha incluso 14 studi sui farmaci, soprattutto rivolti agli stimolanti o ai farmaci destinati a promuovere lo stato di veglia. E ancora, tra i 69 studi che hanno considerato l’esercizio fisico è stata principalmente esaminata l’attività aerobica da sola o in combinazione con altri tipi di movimento. Infine dei 34 interventi psicologici sperimentati negli studi analizzati, le terapie più coinvolte erano quelle cognitivo-comportamentali.

Effetto anti-infiammatorio dell’esercizio?
“Non è chiaro il motivo per cui l’esercizio fisico e la psicoterapia possano essere più efficaci dei farmaci. Non sappiamo per certo perché l’esercizio funzioni, ma alcune ricerche recenti suggeriscono che sia per gli effetti anti-infiammatori indotti dall’esercizio fisico e anche al miglioramento delle stesse funzionalità – cardiovascolare, polmonare e muscolare – commenta Mustian – In termini di psicoterapia, la forma più vantaggiosa è stata la terapia di gruppo che ha utilizzato un approccio cognitivo-comportamentale per educare i pazienti, aiutarli a cambiare il loro modo di pensare alla fatica e di gestirla, e anche ad adottare comportamenti diversi per alleviarla”.

Pro e contro
Come notano gli autori stessi, uno dei vantaggi di questo studio è che sono state accorpate diverse ricerche che invece prese singolarmente sarebbero state troppo ‘piccole’ per poter trarre delle conclusioni significative circa i vantaggi relativi ai diversi trattamenti. Le limitazioni dello studio, invece, stanno essenzialmente nel fatto che i disegni sperimentali differenti e le differenze in età, sesso, etnia di appartenenza dei soggetti considerati avrebbero comunque potuto interferire in qualche modo nell’analisi dell’efficacia dei diversi trattamenti.

 

 

Salute

Tra gli ortaggi tipici campani molto diffusa è la zucca lunga di Napoli, la cui coltivazione ha origine nella zona dell'agro Nocerino-Sarnese. È un prodotto utilizzato in molte ricette e, oltre a essere gustoso, racchiude importanti proprietà anti-tumorali e nutrizionali, come ha rivelato una ricerca coordinata dall'Istituto di scienze dell'alimentazione (Isa) del Cnr di Avellino all'interno del progetto Risana, nell'ambito dell'iniziativa nazionale Cnr per il Mezzogiorno.

“Il progetto è stato rivolto all'analisi di prodotti tipici di alcune regioni italiane noti per le loro proprietà salutistiche e funzionali”, spiega Gian Luigi Russo dell'Isa-Cnr. “Insieme ad alcuni colleghi dell'Istituto di scienze delle produzioni alimentari (Ispa) del Cnr di Lecce abbiamo studiato con particolare attenzione le proprietà chemio-preventive su cellule tumorali umane dei carotenoidi presenti in questa varietà di zucca. Ai carotenoidi, molecole responsabili del tipico colore giallo-arancio di alcuni ortaggi, sono associate importanti funzioni nutrizionali”.

L'aspetto innovativo della ricerca sta nell'aver preso in considerazione non i singoli carotenoidi ma l'intero estratto di zucca, per simulare in un modello sperimentale le proprietà sinergiche delle molecole quando vengono assunte insieme. “La ricerca è stata divisa in due fasi principali: nella prima sono stati isolati i carotenoidi totali dalla zucca attraverso una procedura di estrazione con fluidi supercritici, un sistema di 'green technology' che consente di ottenere estratti oleosi di alta qualità senza l'utilizzo di solventi organici, potenzialmente tossici”, prosegue Russo. “Nella seconda fase, l'estratto ottenuto è stato aggiunto a cellule tumorali in crescita”.

“Realizzato questo passaggio è stato possibile osservare e misurare gli effetti sulla crescita cellulare, evidenziando la capacità dell'estratto di zucca di attivare il fenomeno dell'autofagia, termine che indica la capacità della cellula di attivare meccanismi di degradazione e riciclaggio di strutture e componenti cellulari danneggiati o malfunzionanti”, aggiunge Stefania Moccia dell'Isa-Cnr. “Nel caso delle cellule tumorali, però, il fenomeno autofagico può sia rallentarne la proliferazione e indurre la morte delle cellule cancerogene, sia favorire la crescita tumorale, inducendo la resistenza delle cellule ai farmaci”. “I dati della nostra ricerca, dimostrano chiaramente che i carotenoidi della zucca inducono un fenomeno noto come autofagia non-protettiva, ovvero il rallentamento della crescita delle cellule che l'organismo considera di 'origine diversa', quali le cellule tumorali, inducendo il loro parziale differenziamento, ossia l'acquisizione di caratteri simili a quelli delle cellule normali”, conferma Maria Russo dell'Isa-Cnr.

Oltre agli effetti chemio-preventivi, lo studio della zucca lunga di Napoli ha riguardato le numerose molecole bioattive presenti. “Considerati i risultati ottenuti, ci siamo posti un altro importante obiettivo: realizzare prodotti-prototipo da forno, come pane o biscotti, preparati con farina ricca di carotenoidi ottenuti dalla zucca”, conclude Gian Luigi Russo. “L'utilizzo costante di questi alimenti ci permetterà, a seguito di un consumo di almeno tre settimane, di avviare un'altra fase di ricerca concentrata sullo studio degli effetti su glicemia-insulina-metabolismo lipidico, marcatori di stress ossidativo e infiammazione subclinica in soggetti in sovrappeso”.

Il primo step di questo nuovo studio è stato avviato grazie a una collaborazione con l'Istituto di biometeorologia del Cnr di Bologna, che ha progettato un panel-test per verificare l'accessibilità e il gradimento di questi prodotti-prototipo da parte dei consumatori.

 

 

MEDICINA
È il cancro femminile più diffuso nel nostro Paese, però quasi la metà delle italiane non si sottopone alla mammografia. Eppure, se diagnosticato in tempo e curato a dovere, otto volte su dieci si può sconfiggere. E i nuovi farmaci in arrivo promettono ulteriori, importanti traguardi


«Di tumore al seno si può guarire». Di più: «Di tumore al seno si deve guarire». È questo il primo, chiaro messaggio che Sabino De Placido, docente di Oncologia medica all’Università Federico II, e Michele De Laurentiis, direttore dell'Unità di Oncologia senologica dell’Istituto Pascale di Napoli, lanciano in occasione del convegno Breast Journal Club sull’Importanza della ricerca in oncologia che per due giorni (venerdì 10 e sabato 11 marzo) ha visto riuniti nel capoluogo campano alcuni tra i più importanti esperti nazionali e internazionali sulla patologia.

Nel nostro Paese i nuovi casi di tumori del seno sono in aumento: nel 2016 ne sono stati diagnosticati 50 mila, ovvero 2 mila in più rispetto al 2015. La mortalità, però, è in costante diminuzione, in particolare nelle donne fra 50 e 69 anni (-1,9% ogni anno), a cui è indirizzato lo screening mammografico. È la dimostrazione dell’efficacia di questi programmi che in alcune Regioni stanno coinvolgendo anche le donne over 45, estendendo così il target di riferimento. Quando la malattia è individuata il fase precoce, infatti, le guarigioni (perché di questo, ormai, parlano gli esperti) superano l'80%. A condizione, naturalmente, che la diagnosi sia corretta e tempestiva e che i trattamenti siano applicati nei tempi e nelle modalità adeguate. Fatto è che le stime parlano di oltre 692 mila italiane che oggi vivono dopo aver avuto una diagnosi di tumore del seno.

Purtroppo, però, non è sempre così e, come ricorda Stefania Gori, presidente eletto dell'Aiom l'Associazione di oncologia medica, quasi la metà (il 45%) delle donne non si sottopone agli esami in grado di diagnosticare precocemente la malattia.

La ricerca, fortunatamente, non si ferma e oggi, rispetto anche a pochi anni fa, conosciamo meglio i meccanismi biologici che sono alla base dei tumori, cosicchè «le terapie sono sempre più mirate contro le cellule cancerogene e meno tossiche per il resto dell’organismo. Questi farmaci innovativi – precisa De Laurentis - si aggiungono alle varie armi già a disposizione dell’oncologo come chemioterapia, radioterapia o ormonoterapia. In particolare nab-paclitaxel è un farmaco che sfrutta le nanotecnologie e che ha evidenziato un miglioramento della sopravvivenza del 20%».

In Italia negli ultimi dieci anni sono state svolte 230 sperimentazioni cliniche in ambito oncologico. Nonostante ciò il sistema di ricerca nel nostro Paese «è fortemente limitato da alcuni eccessi burocratici. Per esempio – ricorda De Placido - occorrono 17 settimane per avviare uno studio clinico mentre nel Regno Unito ne bastano cinque. Inoltre, nella Penisola, sono attivi 96 Comitati etici che devono esprimere un parere sulle sperimentazioni. Seppur in riduzione, il loro numero è ancora il doppio rispetto alla media del Vecchio Continente. È quindi necessario rivedere le norme che regolano questo particolare ambito della medicina e, al tempo stesso, favorire il più possibile la ricerca clinica indipendente attraverso nuovi investimenti pubblici».

«Crediamo fortemente nella ricerca e innovazione in oncologia – assicura Federico Pantellini, Medical Affairs Director Oncology and Haematology di Celgene, l'azienda che ha sostenuto il convegno napoletano -e per questo investiamo in questo settore risorse importanti. I numeri parlano da soli: 120 milioni di euro investiti in Ricerca e sviluppo, fino al 2016, da studi di fase I a quelli di fase III. Nell’ambito delle nanotecnologie, tra ricerca sponsorizzata e ricerca indipendente, sono stati condotti in Italia oltre venti programmi di ricerca, arruolando oltre trecento pazienti nei soli studi Company sponsored».

 

 

LO STUDIO
Uno studio italiano valuta l’impatto sulle ossa delle terapie con inibitori della aromatasi, indispensabili per scongiurare le recidive di tumore al seno. Chi assume i farmaci è maggiormente a rischio di osteoporosi e fratture vertebrali. Un dato che non può essere trascurato dagli oncologi


Valutare l’impatto sulle ossa di una terapia oncologica fondamentale per scongiurare le recidive del tumore al seno. È questo lo scopo di uno studio italiano pubblicato sulla rivista Bone che ha calcolato il rischio di fratture vertebrali, spesso trascurate perché asintomatiche, nelle donne in post menopausa che assumono farmaci inibitori delle aromatasi (Ai), indicati nei casi di tumore ormono-sensibile.

Oltre 250mila donne ogni anno vengono sottoposte a questa indispensabile terapia adiuvante, un trattamento farmacologico della durata di 5 o 10 anni, che allontana lo spettro di una ricaduta ma può avere effetti negativi sulla salute ossea.

«Lo studio che abbiamo condotto - sottolinea Alfredo Berruti, Ordinario di Oncologia Medica all’Università di Brescia e co-autore dello studio - si basa su un concetto nuovo: cercare le più subdole e spesso asintomatiche fratture vertebrali e non quelle cliniche come anca e femore che non possono sfuggire alle pazienti. Indagando la prevalenza delle fratture asintomatiche i numeri cambiano drammaticamente e arrivano al 35 per cento nelle donne in trattamento adiuvante»

I ricercatori hanno arruolato 263 donne italiane per scoprire gli effetti della terapia sul loro scheletro. Tutte le pazienti sono state sottoposte all’esame della densinometria assiale a raggi x (Dexa) per esaminare la densità minerale ossea. Inoltre, sono stati raccolti campioni di sangue per misurare i livelli ormonali e il calcio. Il campione è stato diviso in due gruppi: il primo comprendeva 94 donne trattate con inibitori e il secondo 169 non in terapia.

La prevalenza di fratture vertebrali era del 31,2 per cento nelle pazienti in terapia contro il 18,9 per cento del gruppo non trattato. E, inaspettatamente, gli effetti colalterali della terapia con gli inibitori delle aromatasi sono gli stessi nelle donne con osteoporosi e in quelle con una normale massa ossea.

Un dato che sottolinea l’importanza della riduzione della qualità oltre che della quantità dell’osso con queste terapie. Inoltro dallo studio emerge che se il rischio delle fratture vertebrali ammonta a circa il 40 per cento, nelle donne che hanno avuto un cancro il rischio di osteoporosi secondaria alla terapia si moltiplica. Eppure secondo alcune ricerche circa il 45 per cento delle pazienti non riceve alcun trattamento di prevenzione delle fratture e il 60 per cento delle donne sane con meno di 50 anni non ha mai effettuato alcun esame per verificare la salute dello scheletro.

«Basta fare due calcoli - dichiara Andrea Giustina Presidente del Glucocorticoid Induced Osteoporosis Skeletal Endocrinology Group (Gioseg) e co-autore dell’articolo - per comprendere l’importanza di proteggere le ossa di queste pazienti con un farmaco adeguato, al momento l’unico che si è mostrato capace non solo di aumentare la Bone Mineral Density ma di prevenire effettivamente le fratture delle vertebre è il denosumab, un anticorpo monoclonale completamente umanizzato indicato per il trattamento dell'osteoporosi post-menopausale».

 

NOTIZIE
50 mila casi in totale nel 2016, contro i 48 mila del 2015. La mortalità è in diminuzione, ma ancora il 45% delle donne non partecipa allo screening


Nel 2015 erano stati circa 48 mila, ma per il 2016 si parla di 50 mila. Duemila in più. Numeri che fanno del tumore al seno la neoplasia più diffusa in assoluto tra la popolazione italiana. Il dato positivo, però, è che la mortalità continua a diminuire, soprattutto nella fascia d’età compresa fra 50 e 69 anni (-1,9% ogni anno), a cui è indirizzato lo screening mammografico nazionale. È la dimostrazione dell’efficacia di questi programmi, che in quattro regioni stanno coinvolgendo anche le donne a partire dai 45, dal momento che esiste l'evidenza scientifica dell'efficacia dello screening mammografico anche in questa fascia di età.

Sopravvivenza superiore alla media europea. “In media, il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi, nel 2016 ha raggiunto l’85,5%”, sottolinea Stefania Gori, Direttore dell’Oncologia Medica dell’Ospedale Don Calabria Negrar di Verona e Presidente Eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), al convegno Breast Journal Club - l’Importanza della Ricerca in Oncologia, che si è tenuto tra il 10 e l'11 marzo a Napoli, e che ha visto riuniti alcuni dei maggiori esperti nel campo del cancro al seno: "Come per altre neoplasie - specifica Gori - si tratta di un dato superiore alla media europea, che si ferma invece all’81,8%. Siamo quindi di fronte all’ennesima dimostrazione dell’ottimo livello raggiunto dall’oncologia italiana che riesce a primeggiare nel Vecchio Continente nonostante sprechi, disorganizzazioni e lungaggini burocratiche che ancora contraddistinguono il nostro sistema sanitario nazionale”.

La regola generale è che prima si scopre il tumore, meglio è. In molti casi infatti - sebbene, ed è importante ricordarlo, non in tutti - più il tumore è in stadio iniziale, più alte sono le probabilità di sopravvivenza. Uno dei problemi è che il 45% delle italiane in età di screening non esegue la mammografia ed esistono forti differenze tra le varie Regioni: “Qui in Campania - continua Gori – si registra una delle percentuali più basse di adesione e ben il 63% delle donne non esegue questo test salvavita. Rinnoviamo quindi il nostro appello affinché tutta la popolazione partecipi ai programmi di prevenzione secondaria del cancro”.

L'innovazione delle nanotecnologie. “Oggi, rispetto a soli pochi anni fa, conosciamo meglio i meccanismi biologici che sono alla base dei tumori”, spiega Michele De Laurentiis, direttore U.O.C. Oncologia Senologica dell’Istituto Pascale di Napoli: “Le terapie sono sempre più mirate contro le cellule cancerogene e meno tossiche per il resto dell’organismo. Questi farmaci innovativi si aggiungono alle varie armi già a disposizione dell’oncologo, come chemioterapia, radioterapia o ormonoterapia”. Tra le nuove armi a disposizione, ve ne sono alcune che sfruttano le nanotecnologie. “Per migliorare l’indice terapeutico dei taxani, che sono lo standard di cura nel trattamento del tumore della mammella, infatti, è stata utilizzata una tecnologia all’avanguardia: la nanotecnologia”, continua De Laurentiis: “In particolare, nab-paclitaxel è un farmaco che ha evidenziato un miglioramento della sopravvivenza del 20%. Sfruttando le proprietà di trasporto naturale dell’albumina, il farmaco viene trasportato direttamente al tumore. Piccolissime particelle, di questa proteina, vengono legate a paclitaxel in una forma solubile e iniettabile. Attualmente nab-paclitaxel è utilizzato nel trattamento del cancro del seno, pancreas e polmone”.

L'ostacolo della burocrazia. “Questi risultati sono ottenuti grazie alla ricerca scientifica – sottolinea Sabino De Placido Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università Federico II di Napoli. “In Italia negli ultimi dieci anni sono state svolte 230 sperimentazioni cliniche in ambito oncologico. Ciononostante, il sistema di ricerca nel nostro Paese è fortemente limitato da alcuni eccessi burocratici. Per esempio, occorrono 17 settimane per avviare uno studio clinico mentre nel Regno Unito ne bastano cinque. Inoltre, nella Penisola, sono attivi 96 Comitati Etici che devono esprimere un parere sulle sperimentazioni. Seppur in riduzione il loro numero è ancora il doppio rispetto alla media del Vecchio Continente. È quindi necessario rivedere le norme che regolano questo particolare ambito della medicina e, al tempo stesso, favorire il più possibile la ricerca clinica indipendente attraverso nuovi investimenti pubblici”.

Le migrazioni sanitarie. “Esistono inoltre forti differenze tra le varie Regioni - conclude De Laurentiis: “Ancora troppi italiani malati di cancro si spostano dal Sud al Nord per ricevere cure e assistenza. Questo avviene nonostante nel Mezzogiorno siano attivi alcuni centri di assoluta eccellenza. Una possibile soluzione a questo problema può essere la realizzazione e attivazione delle Reti Oncologiche Regionali e la definizione dei Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali”.

 

 

NOTIZIE
Uno studio dell’Università di Brescia e dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano ha quantificato gli effetti sulla salute delle ossa della terapia adiuvante per le donne in post-menopausa con tumore al seno


Gli inibitori dell'aromatasi sono farmaci fondamentali in molti casi di tumore al seno “sensibile agli ormoni femminili”, ma possono mettere a rischio la salute delle ossa. Secondo uno studio italiano condotto dall’Università di Brescia e dall’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, e pubblicato sulla rivista scientifica Bone, le donne che si assumono questa terapia, infatti, perdono circa il 6% di massa ossea ogni anno e hanno un elevato rischio di fratture vertebrali.

La terapia. Gli inibitori dell'aromatasi (anastrozolo, exemestane e letrozolo) vengono prescritti frequentemente alle donne in post menopausa con tumore al seno recettivo agli ormoni (ER positivo), per ridurre il rischio di recidiva. Ogni anno, sono circa 250 mila le donne che assumono questi farmaci per terapie della durata di 5 anni, in alcuni casi anche 10. “La terapia adiuvante con inibitori delle aromatasi è un pilastro fondamentale della terapia oncologica, ma ha un pesante impatto sulla salute delle ossa”, spiega Andrea Giustina, direttore della Cattedra di Endocrinologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e autore dello studio. L’effetto del farmaco di ridurre drasticamente la quantità di estrogeni in circolo nell’organismo è infatti funzionale al controllo del tumore, ma dannoso per le ossa.

Lo studio. La ricerca ha coinvolto 263 donne in post menopausa con tumore al seno ER positivo in stadio iniziale. Le volontarie erano divise in due gruppi: un gruppo (94 donne) in terapia con inibitori delle aromatasi e un gruppo di controllo (169 donne) non trattato. Le partecipanti sono state sottoposte a misurazione della densità ossea e a morfometria vertebrale, esame che permette di valutare l’altezza delle singole vertebre e quindi identificare eventuali fratture vertebrali esistenti. “Lo studio che abbiamo condotto si basa su un concetto nuovo:cercare le fratture vertebrali più subdole e senza sintomi, non quelle evidenti come anca e femore, che non possono sfuggire alle pazienti”, spiega Alfredo Berruti, docente di Oncologia Medica all’Università di Brescia e autore dello studio: “Indagando la prevalenza di queste fratture 'nascoste', i numeri aumentano drammaticamente”. La prevalenza di fratture vertebrali è risultata ben più alta (31,2%) nelle pazienti in terapia adiuvante che nel gruppo di controllo (18,9%). Tuttavia, all’interno del gruppo di donne in terapia con inibitori dell'aromatasi, il numero di fratture era simile tra quelle che erano affette da osteoporosi e quelle con densità ossea nella media: un dato che dimostra come non sia solo una questione di densità dell’osso (che l’osteoporosi riduce), ma anche di qualità.

Prevenzione e monitoraggio. Tuttavia, una corretta attenzione alla salute delle ossa è ancora poco diffusa tra i professionisti che curano le pazienti oncologiche e circa il 45% delle donne con tumore al seno dopo la menopausa non riceve alcun trattamento di prevenzione delle fratture. “I nostri risultati - prosegue Giustina - hanno una rilevante importanza clinica e devono portare a un cambiamento nella gestione della fragilità scheletrica l’esame della morfometria vertebrale diventa di fondamentale importanza per il follow-up dello stato di salute ossea in queste pazienti, oltre a un trattamento farmacologico adeguato”.

 

 

 

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